“Dove ha incontrato per la prima volta la Politica?”.
“In uno scantinato”.
L’espressione del volto del mio interlocutore - una giornalista romana - sgranò nell’incredulità.
Eppure è proprio così.
Eravamo nella tarda primavera del 1976, e non avevo compiuto ancora nove anni quando uno zio - il primo sindaco del mio paese dopo la Liberazione - ci radunò tutti noi suoi nipoti ragazzini in uno scantinato della nostra casa, una di quelle case di ringhiera con il cortile di fronte come ne esistono tante in giro per la provincia italiana.
Era uno dei locali preferiti da tutti noi cugini, perché conservava un grosso tino in sasso e cemento nel quale ogni autunno si faceva il vino.
Stavolta però lo stanzone non odorava di mosto, ma di carta.
Al centro un grande tavolone di legno, con una pila di giornali, scatole di buste, pacchi di volantini.
Negli angoli manifesti arrotolati, e sulla panca in legno piena di crusca e farina di mais stavano appoggiati tanti piccoli foglietti che avrei più tardi scoperto essere ribattezzati come “santini”.
Quel giorno il gioco non fu la solita partita a calcio, o il nascondino, o le gite in montagna che quotidianamente ci gustavamo. Il gioco fu la catena di montaggio alla scoperta della politica.
Con la precisione dell’ex capo reparto di fabbrica, lo zio ci assegnò ciascuno al proprio compito, e a me capitò la funzione di incollatore.
Così, mentre il pennello “pescava” dentro un vaso di vetro la colla fatta con la farina e i vari indirizzi andavano a coprire parzialmente la testata della “Voce del Popolo” dalla quale spiccava in prima pagina una improbabile fotografia di un Donat Cattin una volta tanto sorridente e lontano dalla sua tradizionale burbanza, da monello quale sono sempre stato iniziai a chiedere allo zio tanti perché.
Perché stavamo facendo questo?
Perché su quel manifesto azzurro c’era uno scudo con la scritta “Libertas”?
Perché sul giornale c’era scritto “L’albero della libertà ha trent’anni.
Difendiamolo come in quei quaranta giorni?”.
Le risposte che arrivarono dallo zio e dalla nonna mi sembrarono sulle prime - nella mia fantasia di bambino - cinematografiche, quasi fantastiche.
Poi si fecero meno eccitanti e più riflessive, anche per il tono del racconto che non indulgeva né alla retorica né all’esaltazione.
Erano storie di uno zio prigioniero di guerra in Polonia e poi tenente partigiano nella Repubblica dell’Ossola con Di Dio e Marcora, dell’altro zio presidente dell’Azione Cattolica e capo clandestino del Cln locale, di mia nonna che nascondeva i partigiani della “Valdossola” nelle cantine della sua osteria con il posto di blocco nazista di fronte, di prigionieri alleati e di ebrei accompagnati di notte da mio nonno sui sentieri per la Svizzera.
Erano storie che parlavano dei nomi dei nonni e degli zii segnati in rosso sul taccuino del podestà e dei repubblichini comandati da Giorgio Almirante, e degli alberi del viale che portano alla chiesa del paese ribattezzati nella primavera del 1948 dai comunisti con i nomi dei democristiani che lì sarebbero stati appesi (per la mia famiglia, gli stessi nomi del taccuino del podestà!).
Erano storie che parlavano della gioia della Liberazione, del “Monte Rosa sceso a Milano”, dei primi consigli comunali democratici, delle battaglie politiche di paese, dei valori e degli ideali che li avevano spinti a fare tutto questo.
Il mio imprinting politico è avvenuto così.
Non con la scoperta di una teoria, con l’illustrazione di un pensiero filosofico compiuto, con il rimando ad un passo letterario.
Ma con l’esempio di chi - quando aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare e con l’istruzione della terza elementare ma la silenziosa formazione basata su valori e principi universali - non si è posto l’interrogativo circa l’opportunità -o men che meno la convenienza- di simili comportamenti.
Certo, con gli anni e la conseguente maturazione sono giunti gli approfondimenti scientifici, le letture appassionate e le tante discussioni per forgiare quella che oggi è a metà strada tra una passione e una vocazione.
Ma la scintilla è scoccata lì, in quello scantinato, dove mi è stato insegnato che la libertà è un tutt’uno con la responsabilità, che non esiste la libertà degli individui slegata dalla liberazione dal bisogno, che il mondo può realmente cambiare se ciascuno fa fino in fondo il proprio dovere portando il contributo alla edificazione della città dell’uomo con lo stesso spirito di gratuità, abnegazione e non negoziazione della vedova evangelica e del suo obolo.
I concetti di spirito civico, servizio al prossimo e passione civile li ho conosciuti in diretta, prima ancora che alle lezioni dei corsi di formazione politica, sui banchi dell’Università o nelle esperienze di volontariato.
“La politica è la disciplina che distingue l’uomo dalle altre creature.
Per questo in essa vi puoi trovare le più belle e le più tragiche espressioni dell’animo e della capacità umana”: aveva ragione l’amico Lucio Cangini, suggellando con queste parole l’inizio della nostra avventura comune all’Uncem.
Ho avuto la fortuna di iniziare la strada incontrando le più belle, quelle della gente franca, genuina e spontanea che crede nei propri ideali e spende la sua vita per testimoniarli concretamente, senza enfasi o fanfare ma con la convinzione di contribuire in tal modo anche a rendere testimonianza a qualcosa di più grande.
E spero di proseguire lungo la mia strada con lo spirito della Parabola raccontata da Matteo di chi investe questi talenti che gli sono stati donati, anziché dissiparli o nasconderli gelosamente.
Se sin qui ci sia riuscito, e se (e come) riuscirò a farlo in futuro, è un giudizio che non compete a me.
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