Il dibattito alimentatosi in questi giorni nel Verbano Cusio Ossola, a seguito dell’avvenuta presentazione del meta-progetto dell’Agenzia Regionale per i Servizi Sanitari (Aress) rischia di incagliarsi sulle consuete secche tipiche del nostro territorio. Pregiudizi ideologici, particolarismi e politicismi hanno già inquinato da tempo alcuni strumenti fondamentali per il governo del territorio (pensiamo al Piano dei Rifiuti, al Piano Provinciale Territoriale di Coordinamento, alle mancate risposte sulle politiche dei Distretti produttivi), e rischiano oggi di inficiare anche la costruzione di un progetto di governo per il riordino della sanità nel Verbano Cusio Ossola.
Come amministratori di centro-sinistra, saldamente ancorati all’idea dell’Ulivo come alleanza per il governo nella quale trovino spazio - con pari dignità e lontano da antichi vizi egemonici del passato - tutte le vocazioni riformiste, riteniamo che le prese di posizione attorno ad un tema così cruciale ed essenziale si debbano imperniare sulla costruzione di una proposta di governo del settore, emarginando tentazioni demagogiche o derive populistiche che pure si sono registrate sulla vicenda (pensiamo solo alla strumentalità del referendum proposto in tema dalla Lega Nord).
Osservando pertanto la vicenda sotto questa chiave di lettura, e volendo fornire un contributo all’insegna della volontà a costruire un percorso fattivo e di crescita per la nostra comunità locale, occorre considerare che l’intero dibattito è ruotato attorno ad alcuni punti fissi, che per quanto ci riguarda sono discriminanti essenziali rispetto alle quali assumere scelte, determinazioni ed impegni.
1° aspetto: la necessità di una riforma
Appare ineludibile, agli occhi di chi osserva la realtà con spirito cosciente e onestà intellettuale, la necessità di applicare anche nel territorio una riforma del comparto sanitario e socio-assistenziale.
Tre ospedali pubblici sostanzialmente simili (e in alcune parti del tutto uguali) per un bacino d’utenza che non arriva a 200.000 abitanti sono un lusso che il contribuente pubblico (nell’era dei vincoli di bilancio, del rispetto dei parametri di Maastricht e del Patto di Stabilità) non si può più permettere. Ciò alla luce sostanzialmente di tre aspetti di fondo:
- la riforma del settore, avviata dal governo dell’Ulivo con la riforma tenacemente elaborata dal ministro Rosy Bindi, invertiva il principio dell’ospedalizzazione a tutti i costi, stabilendo che il recupero delle risorse da destinare alla prevenzione e alla medicina del territorio dovesse avvenire mediante una contrazione della spesa ospedaliera, molto spesso incongrua e gonfiata per prestazioni inappropriate;
- l’accordo dell’8 agosto 2001 fra lo Stato e le Regioni ha congelato il tetto dei trasferimenti statali in materiali di sanità abolendo il ripiano a piè di lista da parte del livello centrale ai debiti contratti dai governi regionali per le spese correnti in materia sanitaria.
Ciò ha determinato la fine di un principio di sostanziale irresponsabilità da parte delle Regioni (perché tanto alla fine Pantalone ripianava sempre), e ha fatto scattare nelle Regioni con assenza di governo del settore (crediamo non a caso per buona parte di centro-destra) la necessità di reintroduzione dei ticket e di incremento delle aliquote Irpef per garantire il ripiano precedentemente assicurato dallo Stato.
- la “finanza creativa” del ministro Tremonti (con tassi di crescita gonfiati e poi rivelatisi infondati, cartolarizzazioni presentate come la panacea e bocciate dall’Europa e via di questo passo) è funzionale a trovare i soldi per la realizzazione delle mirabolanti promesse della Casa della Libertà effettuate in campagna elettorale.
Di qui la conseguente scelta di intervenire con una riforma del settore sanitario che faccia uscire il comparto dalla spesa pubblica per caricarlo il più possibile su quella privata (con l’introduzione delle mutue e del concetto delle polizze sanitarie), scelta da noi non condivisa ma che si tradurrà presto in atti concreti essendo già stata introdotta nel Dpef 2003.
Se si intende costruire una proposta di governo sulla sanità del VCO non si può prescindere da questi tre aspetti, che sono pilastri fondamentali dai quali scaturiscono tutte le conseguenze del caso.
Nel nostro caso specifico, le conseguenze sono l’impossibilità al congelamento dello status quo, con gli ospedali di Verbania, Domodossola e Omegna impostati sul modello anni ‘70-’80 come una sorta di fotocopie gli uni degli altri.
2° la garanzia pubblica al territorio
Nel momento in cui ci si rende conto della ineludibilità di una ristrutturazione, appare di tutta evidenza concentrarsi su come essa avviene.
Per quanto ci riguarda, essa deve avvenire garantendo pari dignità ai territori che compongono la nostra provincia e garanzia di un servizio ai cittadini che vi abitano.
Per assicurare tale garanzia, occorre considerare la situazione ex ante, che vede la presenza di un servizio socio-sanitario nell’Ossola garantito esclusivamente dalla presenza pubblica, diversamente dal Verbano e dal Cusio nelle quali i casi di privato convenzionato (sia sul versante sanitario che su quello socio-assistenziale) contribuiscono a fornire al territorio un ventaglio decisamente piu’ articolato di opzioni, oltre che numericamente piu’ cospicuo sotto il profilo del posti letto messi complessivamente a disposizione.
La riorganizzazione, quindi, nel merito dovrebbe compiersi:
- attraverso un rinnovato impegno della sanità pubblica, concentrando in tal settore le risorse a disposizione al fine del conseguimento di un livello di prestazioni e di erogazione di servizio pubblico di qualità ed escludendo il ricorso alla strada esclusiva del convenzionamento con privati (modello Formigoni) come unico strumento di risposta, identificando nel convenzionamento con il privato la formula sussidiaria e di supporto alla presenza di un servizio pubblico non in disarmo ma protagonista e garante dei diritti costituzionali assicurati ad ogni cittadino
- mediante una adeguata suddivisione territoriale che eviti alle tre sub aree fondamentali della provincia la scomparsa dal loro territorio della presenza e dell’erogazione del servizio sanitario e socio-assistenziale, sia pure razionalizzato e riqualificato alla luce di una programmazione di vasta area e su scala più allargata.
3° il raccordo con il territorio
Qualunque soluzione politica si intenda seguire (creazione di un ospedale nuovo piuttosto che integrazione fra le strutture esistenti), essa si deve inserire in un contesto piu’ allargato di programmazione e di coinvolgimento delle strutture presenti sul territorio e funzionali all’erogazione di servizi socio-assistenziali (Distretti, Residenze Assistenziali, Residenze Assistenziali Flessibili, Residenze Sanitarie Assistenziali, ecc.).
Proprio perché convinti della filosofia ispiratrice della riforma Bindi, tesa a far uscire la sanità dalla centralità ospedaliera con tutte le patologie del caso (spesa senza controllo, baronìe tra primari, utilizzo delle strutture pubbliche per prestazioni specialistiche rese in forma libero professionale, ecc.), riteniamo che l’ospedale nuovo proposto dall’Aress non debba nascere nella logica della “cattedrale nel deserto” (meglio, nella valle) ma si debba inquadrare in una programmazione compiuta con tutti i soggetti pubblici e privati presenti sul territorio, nella quale a ciascuno venga affidato un compito preciso secondo una logica di qualità.
In questo senso, riteniamo di dover impegnare l’Asl 14 e i suoi vertici, affinchè il lavoro avvenga con un forte spirito concertativo coinvolgendo le rappresentanze di categoria datoriali e salariali, nonché le Amministrazioni Locali interessate.
Sono questi, per quanto ci riguarda, i principi che abbiamo sin dal principio dichiarato essenziali e irrinunciabili per una corretta programmazione della politica sanitaria del Verbano Cusio Ossola, e a questi ci ispiriamo per la valutazione di ogni proposta, nella consapevolezza che tali principi (salvaguardia della sanità pubblica, attenzione ai territori deboli e marginali, coesione sociale e territoriale) sono il Dna di una politica di centro-sinistra e di riformismo moderno.
In questo quadro, la proposta avanzata dall’Aress e dalla Regione Piemonte di effettuare una riduzione dei posti letto ospedalieri e di realizzare il cosiddetto “Ospedale Modello” nella piana ossolana all’altezza del comune di Piedimulera ci pare consona al rispetto dei principi anzidetti, nella consapevolezza che molto ci sarà ancora da fare (e molti impegni dovranno essere assunti) per il conseguimento degli obiettivi anzidetti.
E’ su queste scorte che elaboriamo la seguente presa di posizione, nella consapevolezza che la sanità del Verbano Cusio Ossola abbia bisogno di un progetto di governo che sia distante al tempo stesso da sensazionalismi ed effetti-annuncio da un lato e da demagogismi o comode nicchie populistiche dall’altro.
Se esiste nel concreto la volontà di dare corpo e sostanza a questa idea, con risposte politiche ed istituzionali coerenti e impegnative, siamo disponibili a portare in nostro contributo, ispirato ad un concetto di riformismo moderno che si fa carico dei problemi del tempo odierno per fornirne idee risolutive in un contesto di solidarietà e di coesione sociale.