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Ultimo aggiornamento: 28-01-2009; 12:11:20.
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       Lunedì, 4 ottobre 2004
Nell’aprile del 2003, con gli amici della Margherita dell’Ossola, stendemmo questo documento di analisi della complessa vicenda politica del Verbano Cusio Ossola, indicando anche alcune possibili strade.
Lo rendo consultabile in rete, non solo ai fini di una documentazione, ma anche come ulteriore stimolo per il dibattito su un territorio che non ha trovato ancora un suo assetto definitivo di governance e un suo metodo efficace di risoluzione politica delle problematiche che lo affliggono.



UN PATTO PER L’OSSOLA

L’innovazione politica della Margherita ossolana per una Provincia federale e autonoma

Aprile 2003

Una politica per i tempi nuovi

Di fronte ai mutamenti improvvisi, occorre sapersi adattare con prontezza alle nuove condizioni.
Di fronte ai cambiamenti lenti, quelli che fluiscono con il passare delle stagioni e con lo scorrere dei giorni sempre uguali, nella maggior parte dei casi non si è in grado di reagire.

Si mantengono così i vecchi punti di riferimento il più a lungo possibile, sia per pigrizia che per un istinto connaturato a non perdere certezze e abitudini, non accorgendosi alla fine di ciò che avviene attorno a noi.

I cambiamenti che si sono verificati nel corso dell’ultimo quindicennio, e che trovano nel crollo del Muro di Berlino il suo paradigma storico, sono stati di entrambi i tipi.
La storia - anche quella locale - ha proceduto su un doppio binario: da un lato ci sono stati gli strappi improvvisi, le cesure brusche, gli stacchi netti.
Emblematico, sotto questo profilo, è stato il crollo dei partiti storici e la nascita di quella che piuttosto impropriamente, ma con un termine lessicalmente efficace, è stata chiamata “Seconda Repubblica” e che ha trovato nelle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994 il suo punto di inizio.
Nei confronti di tale robusta sterzata, le forze politiche hanno reagito frammentadosi e riaggrumandosi, anche in funzione dell’estensione del sistema maggioritario che ha portato alla creazione di una cultura dell’alternanza che ha indotto la nascita di distinte coalizioni, di centro sinistra e di centro destra.

Ma c’è un secondo binario, fatto di una lunghissima teoria di fatti quotidiani, eventi naturali e accadimenti storici che sta producendo i suoi effetti più evidenti in questo scorcio di nuovo secolo e di nuovo millennio che stiamo vivendo.

E’ la trasformazione indotta dalla fuoriuscita dalla società industriale (che aveva creato la massa, e i partiti politici di massa) e l’ingresso nella società dell’informazione (che crea la società degli individui, e che impone le riflessioni su quali forme di partito nuove occorrono a quest’epoca così diversa).

La fine del Novecento, nel quale il modello fordista di società aveva toccato il suo acme, pone l’interrogativo sulla fine delle forme di organizzazione del consenso tipiche del secolo appena chiuso.

I partiti politici di quell’epoca avevano come compito principale l’aggregazione delle masse, l’organizzazione e la rappresentazione di insiemi di individui che avevano tutti la stessa collocazione, la stessa mansione, lo stesso ruolo sociale. Uomini e donne la cui identità derivava dalla loro funzione nei processi produttivi.
I braccianti, contadini e proprietari della società agricola, si trasformano negli operai, quadri e dirigenti della società industriale, scomparendo dentro una massa indistinta e in grandi profili sociali che sommano una miriade di profili individuali tendenzialmente uguali fra loro.

Su questa base si organizzano i partiti, come soggetti di organizzazione del consenso e di educazione delle masse, le quali affidano alle élites politiche questa duplice funzione in termini di delega e di auto-riconoscimento.
Laddove non arrivano i partiti, ci pensa il sindacato.
E il quadro viene completato con lo “Stato mamma”, che con l’esplosione del welfare state si assume il compito di accompagnare l’individuo dalla culla alla tomba.

Si crea su questo presupposto un circuito rimasto fisso per decenni: i partiti selezionano la classe dirigente disciplinando le richieste delle masse; i sindacati riescono ad ottenere benefici per i propri rappresentati, che diventano progressivamente legislazione sociale, garantendo il procedere equilibrato della produzione; lo Stato assicura l’erogazione dei nuovi servizi che la comunità nazionale richiede attraverso strutture burocratiche sempre più pesanti.
La fine del Novecento è la fine di questo circuito.

La società oggi si è trasformata così profondamente da far pensare ad una mutazione genetica.
La fine della società industriale fa scomparire le masse, proprio come un evento ancora oggi sconosciuto fece scomparire i dinosauri.
E al loro posto, per rimanere nella metafora, sia affermano i mammiferi, più flessibili e abili ad adattarsi nel nuovo ambiente.

Chi sono i “mammiferi” oggi?
Sono i tanti lavoratori dipendenti che sono diventati via via piccoli imprenditori, sono i giovani che finiscono scuola e università ed entrano nel mare magnum dei co.co.co, dell’interinale e dei contratti atipici, sono i nuovi lavoratori dipendenti che conoscono gli istituti della flessibilità, dell’outsourcing e della terziarizzazione.

Insomma, siamo passati dalla società del “noi” alla società dell’ “io”.
Dalla massa all’individuo.
Dal popolo alla persona.

Come si mettono insieme tutte queste identità, tutte queste individualità? Come si amalgamano tanti pezzi di società così profondamente cambiata?
Come si evita che la società degli individui scivoli, come su un piano inclinato, nella società dell’individualismo, dell’egoismo, dell’autarchia atomistico-personale?

A queste domande deve rispondere la politica del nuovo secolo.
A queste domande deve rispondere l’organizzazione dei partiti nel tempo nuovo che siamo chiamati a vivere.

Nella coalizione dell’Ulivo alla quale liberamente abbiamo scelto di appartenere intravediamo il tentativo di dare una risposta alle necessità di un governo democratico e non elitario dei tempi nuovi, ad una gestione che parta dalla base anziché promanare da un vertice, ad una impostazione che aumenti le opportunità per ciascuno e non consolidi le chances per pochi.

Ma per fare questo, occorre che tutti i partner dell’Ulivo si rendano definitivamente conto che il vecchio mondo è finito, e che devono conseguentemente finire vecchie pratiche, antiche modalità, arcaici modi di vedere, di pensare e di atteggiarsi.

Per molti colleghi di coalizione accorgersi che il nostro mondo non era più quello della società di massa, dove c’erano solo tute blu tutte uguali fra loro e colletti bianchi analogamente uguali e per tutta la vita, ha costituito una sorta di lutto dal quale non si sono più ripresi.
In tanti ancora, anche nel Verbano Cusio Ossola, rimpiangono quella società e non sanno nasconderne la nostalgia. Ma la società che divideva gli uomini in blu e bianchi era la società di Mao Tse Tung.
Mao è morto nel 1976, e noi non possiamo pensare –né tantomeno sperare- che il nostro mondo finisca lì, in giganteschi alveari dove al di sotto dell’ape regina sono tutti uguali.
Oggi le diversità sono tutte nel presente, che piaccia o meno. E tocca a noi, se vogliamo mantenere unite la nostra società, cercare di ricondurle a qualche senso comune, a qualche idea solidale, ad un progetto di coesione che eviti l’esplosione egoistica o l’implosione personalistica.
E’ una sfida che le vecchie categorie di interpretazione del mondo non possono vincere.
Ma è una sfida che dobbiamo affrontare.
E vincere.

E’ questo il senso più profondo del nostro appartenere alla Margherita e all’Ulivo, ed è in questo senso che desideramo strutturare su base federale questo movimento in Val d’Ossola.

Una mission politica

Ma prima di parlare delle forme organizzative, è bene concentrarsi sulla propria missione. Partendo dal presupposto che, come insegnava Macchiavelli, i vecchi ordini col tempo diventano disordine.

Per riportare ordine in quella maionese impazzita che è la dialettica istituzionale nel Verbano Cusio Ossola (dove all’emersione della nuova società ha corrisposto il richiamo originario alle “comunità originarie” come bussola di orientamento), occorre tornare a mettere in primo piano la Politica.

Occorre una specifica politica economica e sociale adeguata ai tempi, una politica istituzionale altrettanto coeva, una capacità complessiva di costruire un progetto in grado di ridare un tessuto connettivo alle nostre comunità affannate e sfilacciate.

Ma bisogna guardarsi dal costruire cose nuove con attrezzi vecchi.
Perché occorre saper accompagnare la società degli individui sapendo di avere di fronte persone che chiedono più libertà e possibilità di scelta, che vogliono essere protagoniste del proprio futuro e che mai accetterebbero di vederselo propinato da qualche partito o sindacato.

I nostri cittadini non hanno più bisogno del politico che gli spiega come è fatto il mondo: lo vedono tutti i giorni in tv, lo scoprono su Internet, lo annusano girando le varie nazioni per turismo o lavoro.
Hanno bisogno di qualcuno che li accompagni in questo mondo, che non li lasci soli, che gli dia un senso di prospettiva e di sicurezza.

Al contrario, nell’Ulivo del Vco vige ancora un metodo che pretende invece di guidare anziché accompagnare, di chiedere deleghe in bianco anziché mandati specifici e vincolati a progetti certi e chiari, che impone le scelte delle élites politiche anziché farle filtrare dal basso.
Il senso del nuovo riformismo della Margherita sta proprio nell’evitare all’Ulivo di ricadere nelle tentazioni Novecentesche.

Fra una destra liberista che tutto lascia fare, limitando le protezioni sociali ma consentendo l’esplosione anche incontrollata delle nuove individualità (anche a costo di produrre nuove disuguaglianze, nuove emarginazioni, nuove gerarchie di sfruttamento sociale) e una sinistra arroccata a difesa di istanze sempre più minoritarie e progressivamente antiquate, non c’è partita.
Vincerà sempre la prima, lasciando sul terreno le conseguenze di un modello sociale da individualismo sfrenato e scaricando i costi per riparare i guasti alle generazioni future.

Per questo la battaglia della Margherita è indispensabile: dobbiamo smuovere, e non guidare, risvegliare potenzialità sopite e restituire possibilità negate, rimuovere - come si legge nella nostra Costituzione - gli ostacoli che impediscono il libero sviluppo della personalità di ciascuno.
Anche se questi ostacoli stanno dentro noi, dentro la cultura che abbiamo appreso nelle sezioni, nei comizi, nella calda e comoda placenta di una madre che ormai è passata a miglior vita.
Insomma, come direbbe la Scrittura, a vino nuovo, otri nuovi.

Perché l’Ossola esplode

Creare un’organizzazione del consenso che accompagni anziché imporre, esaltando le diversità anziché piallandole e omologandole e facendone al contrario un punto di forza: questo è il compito che oggi ci spetta.

Esiste, nella dinamica della fenomenologia politica, un solo meccanismo in grado di tenere insieme le diversità, che unisce per esaltare le differenze, nella quale la solidarietà tra i soggetti ha una sua ragion d’essere non nella potenza collettiva, ma nell’autonomia di ciascun aderente: è un meccanismo federale.

Se questo ragionamento vale per una realtà territoriale fortemente coesa e raggruppata attorno a simboli identitari universalmente riconosciuti, a maggior ragione esso vale per una realtà come il Verbano Cusio Ossola che per storia, tradizione, cultura e antropologia non è un unicuum, né mai lo sarà, ma è la alleanza spontanea di tre “comunità originarie” che intendono rimanere tali.

Occorre a questo punto fare una profonda riflessione su cosa sia il Verbano Cusio Ossola, e cosa intendiamo noi in termini di prospettiva per questa entità provinciale.

Il VCO non è mai stato (se non nell’illuministica immaginazione di qualcuno) un’entità unica, una comunità originaria, un numero primo attorno al quale si è costruita e sedimentata nei secoli un’identità di popolo.

L’Ossola, il Verbano e il Cusio hanno avuto come caratteristica di fondo l’essere le “terre alte” di Novara (e non a caso a lungo sono state definite “Alto Novarese”) e solo il dibattito post-bellico, unito ad una concezione della pianificazione verticistica e gerarchica che portò alla creazione dei comprensori regionali (che nelle intenzioni del legislatore di allora avrebbero dovuto sostituire un ente Provincia sempre più privo di riferimenti concreti), coniò il neologismo “Verbano Cusio Ossola”, attribuendogli territorialmente il territorio del collegio senatoriale dell’Alto Novarese.

La nuova entità nacque dunque non da una sintesi, ma un affiancamento, da una messa in parallelo di soggetti distinti.
Esattamente con la regione autonoma Friuli Venezia Giulia, in cui si pensò centralisticamente potessero coesistere sic et simpliciter friulani, sloveni e giuliani.
Che non a caso ebbe, proprio in ragione di ciò e della necessità di tenere insieme anime diverse in un contesto storico esplosivo, lo status di autonomia dallo Stato centrale.
Nella realtà, due furono i motori che consentirono a questo agglomerato (privo di un’anima di fondo e ad un collante sociologico autentico che non fosse l’alleanza temporanea per sottrarsi dal “giogo” di una Novara comunque sempre distante e concettualmente colonialista) di elevarsi fino a raggiungere il rango di provincia: l’innato senso di autonomia della Val d’Ossola e la volontà di Verbania di affrancarsi dal ruolo subalterno per conquistare la maturità di una leadership amministrativa dopo averla già acquisita sotto il profilo funzionale e, in parte, politico (la nascita di federazioni autonome dell’Alto Novarese con sedi a Verbania si erano già registrate per l’Unione Industriale e per il Pci).

In mezzo a questi due motori, non necessariamente coincidenti anzi tendenzialmente conflittuali come le cronache degli anni successivi si incaricheranno di dimostrare, ci stava il Cusio, che pagò la fragilità della sua condizione spaccandosi esattamente a metà e sacrificando all’altare del nuovo soggetto la propria naturale vocazione unitaria.

La Provincia del Verbano Cusio Ossola nacque proprio su questo equivoco: in Ossola la si volle per tentare di dare risposta alle antiche radici di autonomia e di autogoverno, nel Verbano la si volle come attestato e patente di finalmente raggiunta maturità e maggiore età.

La prima concezione portava con sé subliminalmente l’idea che, una volta raggiunta l’autonomia provinciale, si sarebbero finalmente raggiunte quelle condizioni di pari dignità e di irrobustimento sostanziale mai garantite in precedenza.
La seconda concezione aveva in radice la volontà di realizzare un modello sostanzialmente uguale ed omologo alle altre province italiane, con il capoluogo sede del trono e il territorio provinciale tesoro della corona.
Era fatale che, approssimandosi la fine dell’unico autentico collante - l’opposizione a Novara - esplodessero le contraddizioni.

Che, infatti, vennero a galla nella definizione del capoluogo, circostanza che portava con sé esattamente la plastica aderenza sul territorio di quale fosse il concetto vincitore, fra l’ossolano-autonomista e il verbanese-centralista. La sede dell’Assemblea Costituente, presieduta dall’on. Gianni Motetta, fu l’ultimo terreno sul quale tentare la quadratura del cerchio, in un momento nel quale il non raggiungerla avrebbero comportato l’aborto del nuovo ente, da poco concepito con la legge 142/90 ma ancora non partorito con i decreti attuativi.
In quell’occasione si raggiunse l’ultimo, fragile compromesso: il centralismo verbanese, per veder riconosciuto dal territorio - soprattutto da quello ossolano, indispensabile per la creazione del nuovo ente - il proprio posticcio status di capoluogo, concesse alle altre sub-aree una serie di riconoscimenti in termini di garanzie di suddivisione dei servizi che la nascita della nuova Provincia avrebbe portato con sé.
Su quel compromesso, che mise la sordina anche a possibili referendum provinciali che avrebbero avuto esiti nefasti per la nascita del nuovo ente, la Provincia nacque effettivamente.
Dal 1995 ad oggi, l’impianto culturale del centralismo attorno al capoluogo fece sì che il fragile compromesso dell’Assemblea Costituente venisse svuotato giorno per giorno.
Ciò sul piano politico si tradusse nell’isolamento politico di chi aveva voluto e guidato l’Assemblea Costituente,e sul piano pratico si concretò nella costante “impossibilità” (ovviamente supportata ogniqualvolta da motivazioni tecniche, legislative e funzionali) di dare concretezza agli impegni assunti.
Il centralismo da capoluogo, alleandosi con lo spezzone cusiano rimasto con il Nord - che non poteva far altro che aggrapparsi a Verbania per legittimare il proprio strappo, non avendo più truppe per rivendicare la pari dignità territoriale e non avendo voglia, forza o coraggio per allearsi con l’Ossola in una operazione di riequilibrio - fece sì che Verbania fungesse da calamita su tutto, mettendo in archivio l’iniziale slogan (“non una nuova Provincia, ma una Provincia nuova”) per tentare di realizzare esattamente quanto i primi fautori del “Verbano Cusio Ossola” avevano in mente: una costellazione provinciale nella quale a Verbania spettasse il rango del Sole e all’Ossola e a ciò che ne restava del Cusio quello dei pianeti che vi ruotano attorno.

Così l’Ossola non conquistò nulla di quanto sancito nell’Assemblea Costituente (l’unica conquista, quella della sede provinciale degli uffici di economia montana della Regione Piemonte è stata annullata dal sostanziale svuotamento di questo servizio che oggi ha un solo dipendente!), Omegna ricevette il soldo della sua alleanza con Verbania tradotto nella sede dell’Asl 14 e nel Centro per l’Impiego (con tutti i servizi provinciali legati al mondo del lavoro e della produzione) e ci si permise persino di compiere il beau geste di concedere a Baveno (ovvero ad un comune confinante!) la sede della Camera di Commercio!
Le originarie aspettative di autonomia e di autogoverno degli Ossolani, che si erano illusi di trovare nella nuova provincia la sede naturale per il loro esercizio, si infransero contro gli scogli del Lago Maggiore e del Lago d’Orta.
Era ovvio che la concezione cultural-centralista non si arrestasse alla suddivisione dei servizi provinciali, ma giungesse poi ad incidere la carne nel suo profondo, ovvero toccasse il tema sanità.

Ed è stato su questo che gli Ossolani hanno avuto un soprassalto di dignità e una possibilità di riscatto, che si è tradotta da un lato nella scelta di realizzare l’Ospedale nuovo del VCO in Val d’Ossola (su cui per la prima volta si riuscì a spezzare l’asse Verbania-Omegna, oggi in via di ricomposizione) e dall’altro nel riconoscimento della propria specificità con la conquista del Punto Nascite dell’Ospedale San Biagio, grazie ad una straordinaria mobilitazione popolare di cui non si aveva memoria se non risalendo ai tempi della Repubblica partigiana.

La stessa scelta verbanese di promuovere “strumentali e capziosi referendum” sul tema sanità, con l’evidente e palesato intento non già di rimettere in discussione una razionalizzazione dei presidi ospedalieri obbligata sotto il profilo contabile, quanto la localizzazione del nuovo presidio generalista e altamente specializzato alzando il prezzo della riorganizzazione dei presidi esistenti, è la prova evidente della volontà di capoluogo di non concedere un’unghia su questo versante.

Così come su altri, come comprovano le recenti polemiche e i tentativi parlamentari della destra di impedire che la sede del Parco Nazionale della Valgrande possa trovare allocazione in Val d’Ossola come pure definito nelle sedi istituzionalmente competenti, come il costante boicottaggio portato avanti dal Presidente dello stesso Parco Nazionale a questa soluzione così come al trasferimento del Comando del Corpo Forestale dello Stato in Ossola, preferendo mantenerlo avvinghiato in un’area fuori dal Parco (che però ha l’evidente pregio di essere sul sacro suolo di Verbania) e in locali inadeguati sotto il profilo normativo e di sicurezza! Insomma, meglio qualche locale non a norma e fuori dal Parco a Verbania piuttosto che locali a norma e dentro al Parco, ma in Ossola!

Ma quel che è peggio è costituito dal fatto che esempi simili sarebbero tantissimi, e ogni amministratore ossolano culturalmente onesto e intellettualmente non vincolato - che sia di destra quanto di sinistra - potrebbe portare testimonianze e attestati di questa “malattia” centralista e omologante che permea la politica di Verbania, sia di destra che di sinistra.

Non solo gli impegni iniziali, i “patti del Grutli” nostrani non sono stati rispettati, ma si procede costantemente in una logica del piano inclinato, per la quale secondo una naturale forza d’inerzia tutto dovrà convergere sulla fisiologica e ormai mitologica “zona baricentrica”che è ovviamente costituita dal pianoro fra Verbania e il Cusio, che nel frattempo - mentre l’Ossola si è svuotata - ha visto fiorire nuovi e robusti insediamenti industriali, terziari e commerciali, la sede dell’Amministrazione Provinciale, un Parco Tecnologico, il futuro Palasport provinciale e che dista pochi chilometri dall’ex Provveditorato agli Studi, dalla sede del Parco Nazionale della Valgrande (tutti in Verbania città, salomonicamente suddivisi fra Intra e Pallanza) e dalla sede della Camera di Commercio di cui abbiamo detto sopra.
Se a ciò aggiungiamo che il capoluogo si è sì fatto carico degli onori, ma meno degli oneri (vedi la vicenda dello smaltimento rifiuti , che oggi è un onere per Gravellona e che domani la destra verbanese vuole scaricarlo su Ornavasso dopo aver tentato di propinarlo a Pieve Vergonte!) abbiamo completato il quadro.

Quadro che, poco più a nord, è fatto di una città come Domodossola che ha faticato a reggere all’urto di Schengen che ha spazzato via il ceto burocratico degli spedizionieri e della dogana con il suo indotto, nella quale il tessuto commerciale è sempre più in profonda trasformazione con l’esplosione del franchising e degli ipermercati in luogo del tradizionale piccolo commercio di vicinato e di proprietà, con un Ospedale nel quale si assiste alla fuga di cervelli e alla progressiva dilapidazione di un patrimonio umano e di competenze sedimentate negli anni senza che a ciò corrisponda un’alternativa sul piano privato come invece esiste a Verbania e come sta per esistere a Omegna.
Una città, insomma, in profonda crisi d’identità, nella quale all’insipienza di una destra che lascia libero sfogo all’individualismo e ai gruppi di pressione si assomma il massimalismo prevalente rispetto al riformismo di una sinistra che fatica a sintonizzarsi sulle lunghezze d’onda della nuova realtà.
Ecco perché l’Ossola esplode.
E’ troppo chiedere ai nostri partners politici di aprire una seria riflessione su questa analisi?

Una Provincia federale

La Margherita dell’Ossola nasce anche per questo: per dichiarare come la fase del “centralismo lacustre” deve terminare, per dar luogo - nell’interesse stesso della nuova istituzione provinciale - ad una provincia autenticamente federale, nella quale le identità dei singoli non vengano sacrificate sull’altare della prevaricazione di una identità apoditticamente migliore per autoproclamazione, ma al contrario siano il propellente per il decollo di questo territorio.

La miopia della classe dirigente verbanese liquida il malessere dell’Ossola come campanilismo becero, rivendicazionismo fine a sé stesso, rancore e invidia verso chi è più intelligente e fortunato, tutti sentimenti da liquidare con una robusta scrollata di spalle e un incentivo a procedere verso l’irrobustimento del centralismo da capoluogo. Ma serve a poco il vestito della festa e la patente di migliore se poi si va dritti verso il baratro.
Perché se l’Ossola esplodesse, farebbe partire tali onde telluriche da non lasciare in piedi né il fragile edificio della nuova Provincia né il simulacro di un tessuto connettivo interno al VCO.
E l’orgogliosa rivendicazione della propria capacità di leadership unica da parte di Verbania finirebbe per trasformarsi nell’ennesima variante della favola di Narciso, che si compiaceva della sua bellezza specchiandosi nel lago fino al punto da affogarvi!
La stessa Verbania, dunque, avrebbe interesse a promuovere l’organizzazione provinciale che la Margherita dell’Ossola intende avviare: una Provincia federale.

Soltanto un cieco potrebbe non vedere che le tre comunità costituenti il VCO, benchè abitino zone contigue, presentano differenze ben marcate per quel che riguarda le loro caratteristiche sociali.

Tutto sta aver coscienza di queste differenze, e comporle all’interno di un quadro armonico.
Per aver coscienza bisogna avere conoscenza, e per conoscere bisogna analizzare nel profondo, rifiutandosi di leggere il mondo del VCO al chiuso delle sezioni e delle federazioni provinciali di partito, o ascoltando soltanto i propri sodali che danno di quel mondo una lettura nella migliore delle ipotesi parziale, nella peggiore interessata o fuorviante.

Se non si darà luogo ad un’organizzazione federale della provincia (e delle forze politiche in essa operanti), il morbo del centralismo da capoluogo, di una concezione verticistica e gerarchica che tende a far precedere ad ogni scelta sul territorio la definizione degli accordi di vertice nel capoluogo, farà esplodere il fragilissimo equilibrio su cui ancora regge il patto sociale che portò alla nascita della nuova Provincia.

E del resto, non ci si era ribellati a Novara perché essa conchiudeva tutta in sé stessa le intese, gli accordi e le scelte, sacrificando tutto il territorio alle volontà di alcuni oligarchi?

Ciò che non veniva accettato per Novara dovrebbe essere accettato per Verbania?

La strada federale è l’unica via per costruire realmente quella “Provincia nuova” di cui si vagheggiò, si promise e si giurò all’inizio degli anni ’90.

Le condizioni fondamentali per un’autentica federazione ci sono tutte: diversità delle comunità contigue, volontà di autonomia di ogni governo locale, necessità di mettere in comune le forze per salvare la propria specificità. Anche il luogo del foedus, del patto, c’è già, ed è istituzionalmente il Consiglio Provinciale.

Perché non mettere in pratica, dunque, questa scelta?
Perché non riconoscere che il Verbano, il Cusio e l’Ossola si sono alleati contro Novara soltanto perché venissero meglio tutelate le loro libertà particolari, e che essi si unirono non per creare un indistinto e spurio soggetto sociale, ma per restare diversi e ambire a crescere mantenendo la propria identità, la propria Heimat, come la chiamerebbero i tedeschi.

La solidarietà tra le tre sub aree dell’Alto Novarese non nacque con una ragion d’essere di potenza collettiva, ma nacque (e certamente questo era lo spirito degli Ossolani) per garantire l’autonomia di ogni singolo aderente.

Visto che l’obiettivo non è l’uniformità, ma al contrario il rimanere se stessi in una sorta di “uguaglianza dei diseguali”, non c’è altra strada al tentativo di soppraffazione di un’area sulle altre che battere la via della Provincia Federale, nella quale programmi predefiniti e procedure certe e sancite da carte fondamentali - in tal senso risulta essenziale la revisione dello Statuto provinciale con la creazione dei circondari e l’attribuzione di specifici compiti tra i Comuni da un lato e il Consiglio Provinciale “federale” dall’altro - inibiscano sistematicamente ogni tentativo egemonico, stabilendo una sorta di procedura di arbitrato istituzionale continua.

Il solo agente unificante del Verbano Cusio Ossola è la passione di governarsi da sé, difendendo in comune il diritto di rimanere diversi.
Questa passione fondamentale si fonde in un crogiuolo di prospettiva attraverso due meccanismi e atteggiamenti costanti:

  • la procedura di arbitrato istituzionale, perché un conflitto di diritti non deve concludersi con la cancellazione di una delle parti in causa, messa al passo o assorbita dall’altra, ma al contrario con la composizione delle differenze;
  • la vigile diffidenza nei confronti di ogni velleità egemonica, perché il potere di uno solo (che sia uomo, gruppo o città) non rispetta mai né la diversità, né i costumi, né i diritti consolidati dei territori

Il concetto di ”Provincia federale” va inteso nella sua duplice veste, sia nella sua radice germanica (nella quale federazione significa “comunità giurata”, oppure “legame” - Bund -) sia in quella latina di volontà di mantenere le libertà locali contro gli sconfinamenti dell’autorità comune.

Nulla di sorprendente se questa prassi non sia capita da chi è storicamente e culturamente avvezzo al colonialismo e al centralismo.
Molto di sorprendente se questa prassi non viene esercitata da chi si richiama ai principi della sinistra.

E’ tempo che nel Verbano Cusio Ossola, almeno, ci si renda conto – all’interno dell’alleanza di centro sinistra- che una politica miope figlia dell’assenza di punti di riferimento per molti dopo il 1989 ha fatto sì che alcuni concetti chiave (autonomia, territorio, tutela delle differenze e delle minoranze, tradizioni popolari, decentramento, lotta ai poteri forti) slittassero dalla loro sede naturale di una “sinistra” che si propone il progresso e il cambiamento in una logica di giustizia e di equità per diventare patrimonio del vocabolario della destra, leghista, aziendalista e addirittura nazionalista!

Le radici non sono affatto una cosa di destra, ma lo diventano quando la sinistra ne ha orrore o le guarda con aristocratica supponenza pensando ancora di vivere nel vecchio modello fordista entro il quale l’alleanza tra la forza del lavoro salariato e il capitale definiva la grande partita del potere.

Le radici oggi sono tornate ad essere una fiche della ruolette della politica, e per giocarla bene bisogna comprenderle fino in fondo.

L’ethnos (le radici, appunto) è fatto da tante cose.
C’è il topos, il luogo nel quale si nasce, fatto di paesaggi, di profumi della tua terra, di appartenenze.
C’è l’epos, ovvero le leggende, i racconti, la storia comune e molte volte sofferta.
C’è l’ethos, ovvero la morale, l’insieme delle regole condivise.
E infine il logos, la lingua, la parola.
E’ dunque una cosa complessa.
Tanto complicata da averne paura, e quindi da rimuovere facendo finta che non esista. Esattamente come il cambio di società di cui abbiamo discusso prima.
Si rimuove la complessità perché è intollerabile, incomprensibile, di difficile lettura, perché nel caso dell’ethnos porta con sé un mistero rivoluzionario che spaventa un mondo sempre più semplificato dalla massificazione e dall’idolatria del consumismo.

E’ quello che ha fatto l’Ulivo nel VCO. Non solo qui, ma anche qui, ce la si è cavata con qualche scrollata di spalle e qualche facile battuta.
Quando poi la Lega Nord ha perso al tempo stesso la guida di Domodossola e le percentuali elevatissime che godeva in Ossola, qualcuno ha respirato di sollievo, pensando che il pericolo fosse passato e la questione ossolana si era risolta da sola.

Chi ha fatto questo sospiro sbagliava, perché la Lega è stato un sintomo, e non la malattia: anche se dovesse scomparire, resterebbe la mutazione sociale che ne ha preparato l’avvento.
E che per intanto fa godere al centro destra in Ossola e nel VCO una straordinaria rendita di posizione, alimentata dagli autogol di un Ulivo che si illude di batterlo solo con mere soluzioni organizzative, come se le elezioni le vincesse chi porta più gente ai comizi e non dentro le urne!

Per questo appare indispensabile che sia l’Ulivo a farsi carico della battaglia per la Provincia Federale (che trova la sua logica conclusione nel successivo conseguimento di uno status di Autonomia), fondata sui Comuni come cellule fondamentali dell’organismo, perché attraverso questa strada è possibile al tempo stesso dare prospettiva ai territori e assicurare condizioni di pari dignità, riscatto dei più deboli, garanzie per pari accesso ai servizi.
E’ possibile fare, e non solo dire, qualcosa di sinistra!

Un Patto per l’Ossola

Per queste motivazioni la Margherita dell’Ossola intende mettersi in ascolto del proprio territorio.
Per costruire, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, un programma costruito fra la gente e con la gente, che trovi al centro la costruzione di un sistema di garanzie per il territorio ossolano che passi attraverso tre passaggi:

  1. revisione dello Statuto provinciale con la creazione della Provincia federale nella quale sia costituito il “Circondario dell’Ossola” formato dai 38 Comuni e dalle 5 Comunità Montane dell’Ossola, dotato di particolari poteri nell’ambito delle competenze attribuite all’Amministrazione Provinciale
  2. revisione dello Statuto regionale, con l’attribuzione alla Provincia del Verbano Cusio Ossola di uno status di autonomia particolare sulla falsariga di quanto già avvenuto nel Friuli Venezia Giulia nell’ambito delle competenze attribuite alla Regione dopo la riforma del titolo V della Costituzione mediante il coinvolgimento del circondario dell’Ossola
  3. piena applicazione del principio di sussidiarietà, attraverso il formale riconoscimento dei Comuni come luogo fondamentale della sussidiarietà verticale e dei corpi sociali intermedi come luogo fondamentale della sussidiarietà orizzontale, ai quali i livelli “superiori” uniformano ed adeguano la propria azione alle decisioni assunte dai medesimi.

Per diffondere queste idee, ascoltare i propri cittadini, e costruire un programma dettagliato che costituirà la base per il confronto sulle prossime scadenze elettorale, la Margherita ossolana promuoverà una serie di incontri, vallata per vallata, ai quali saranno invitati tutti i cittadini interessati a fornire il loro contributo e la loro opinione per la difesa delle prerogative della terra ossolana e per il conseguimento di un obiettivo di crescita condiviso.
Al termine di questo confronto, sarà predisposta la base programmatica che costituirà il nostro “Patto per l’Ossola” che costituirà la piattaforma sulla quale definire i contenuti di ogni intesa di natura politica ed elettorale.
Siamo intenzionati a dare ascolto alle istanze di ognuno, senza pretendere né abiure né atti di fede.
Le nostre porte sono aperte per la costruzione di un nuovo soggetto e un nuovo metodo della politica basati sulla constatazione che è finita l’epoca delle ideologie che portava i cittadini e le forze politiche ad essere legati sulla base di un’attestazione fideistica, e che in luogo di ciò oggi le politiche di alleanza si costruiscono e si coltivano - oltre che su un orizzonte di valori fondamentali condivisi- soprattutto su ragioni programmatiche e progetti sui quali sono stati sottoscritti impegni.
Ci auguriamo di poter incontrare molti Ossolani su questa strada, e di poter rendere loro - e alla nostra terra - quel servizio che è alla base della motivazione del nostro

  
 

© Copyright 2009 Enrico Borghi