Di fronte ai mutamenti improvvisi, occorre sapersi adattare con prontezza alle nuove condizioni. Di fronte ai cambiamenti lenti, quelli che fluiscono con il passare delle stagioni e con lo scorrere dei giorni sempre uguali, nella maggior parte dei casi non si è in grado di reagire.
Si mantengono così i vecchi punti di riferimento il più a lungo possibile, sia per pigrizia che per un istinto connaturato a non perdere certezze e abitudini, non accorgendosi alla fine di ciò che avviene attorno a noi.
I cambiamenti che si sono verificati nel corso dell’ultimo quindicennio, e che trovano nel crollo del Muro di Berlino il suo paradigma storico, sono stati di entrambi i tipi.
La storia - anche quella locale - ha proceduto su un doppio binario: da un lato ci sono stati gli strappi improvvisi, le cesure brusche, gli stacchi netti.
Emblematico, sotto questo profilo, è stato il crollo dei partiti storici e la nascita di quella che piuttosto impropriamente, ma con un termine lessicalmente efficace, è stata chiamata “Seconda Repubblica” e che ha trovato nelle elezioni politiche italiane del 27-28 marzo 1994 il suo punto di inizio.
Nei confronti di tale robusta sterzata, le forze politiche hanno reagito frammentadosi e riaggrumandosi, anche in funzione dell’estensione del sistema maggioritario che ha portato alla creazione di una cultura dell’alternanza che ha indotto la nascita di distinte coalizioni, di centro sinistra e di centro destra.
Ma c’è un secondo binario, fatto di una lunghissima teoria di fatti quotidiani, eventi naturali e accadimenti storici che sta producendo i suoi effetti più evidenti in questo scorcio di nuovo secolo e di nuovo millennio che stiamo vivendo.
E’ la trasformazione indotta dalla fuoriuscita dalla società industriale (che aveva creato la massa, e i partiti politici di massa) e l’ingresso nella società dell’informazione (che crea la società degli individui, e che impone le riflessioni su quali forme di partito nuove occorrono a quest’epoca così diversa).
La fine del Novecento, nel quale il modello fordista di società aveva toccato il suo acme, pone l’interrogativo sulla fine delle forme di organizzazione del consenso tipiche del secolo appena chiuso.
I partiti politici di quell’epoca avevano come compito principale l’aggregazione delle masse, l’organizzazione e la rappresentazione di insiemi di individui che avevano tutti la stessa collocazione, la stessa mansione, lo stesso ruolo sociale.
Uomini e donne la cui identità derivava dalla loro funzione nei processi produttivi.
I braccianti, contadini e proprietari della società agricola, si trasformano negli operai, quadri e dirigenti della società industriale, scomparendo dentro una massa indistinta e in grandi profili sociali che sommano una miriade di profili individuali tendenzialmente uguali fra loro.
Su questa base si organizzano i partiti, come soggetti di organizzazione del consenso e di educazione delle masse, le quali affidano alle élites politiche questa duplice funzione in termini di delega e di auto-riconoscimento.
Laddove non arrivano i partiti, ci pensa il sindacato.
E il quadro viene completato con lo “Stato mamma”, che con l’esplosione del welfare state si assume il compito di accompagnare l’individuo dalla culla alla tomba.
Si crea su questo presupposto un circuito rimasto fisso per decenni: i partiti selezionano la classe dirigente disciplinando le richieste delle masse; i sindacati riescono ad ottenere benefici per i propri rappresentati, che diventano progressivamente legislazione sociale, garantendo il procedere equilibrato della produzione; lo Stato assicura l’erogazione dei nuovi servizi che la comunità nazionale richiede attraverso strutture burocratiche sempre più pesanti.
La fine del Novecento è la fine di questo circuito.
La società oggi si è trasformata così profondamente da far pensare ad una mutazione genetica.
La fine della società industriale ha fatto scomparire le masse, proprio come un evento ancora oggi sconosciuto fece scomparire i dinosauri.
E al loro posto, per rimanere nella metafora, sia affermano i mammiferi, più flessibili e abili ad adattarsi nel nuovo ambiente.
Chi sono i “mammiferi” oggi?
Sono i tanti lavoratori dipendenti che sono diventati via via piccoli imprenditori, sono i giovani che finiscono scuola e università ed entrano nel mare magnum dei co.co.co, dell’interinale e dei contratti atipici, sono i nuovi lavoratori dipendenti che conoscono gli istituti della flessibilità, dell’outsourcing e della terziarizzazione.
Insomma, siamo passati dalla società del “noi” alla società dell’ “io”.
Dalla massa all’individuo.
Dal popolo alla persona.
Come si mettono insieme tutte queste identità, tutte queste individualità?
Come si amalgamano tanti pezzi di società così profondamente cambiata?
Come si evita che la società degli individui scivoli, come su un piano inclinato, nella società dell’individualismo, dell’egoismo, dell’autarchia atomistico-personale?
A queste domande deve rispondere la politica del nuovo secolo.
A queste domande deve rispondere l’organizzazione istituzionale nel tempo nuovo che siamo chiamati a vivere.
La nuova geografia del potere - se non vuole dar ragione a chi oggi parla del tempo odierno come di quello della postdemocrazia, nella quale la democrazia rappresentativa è al tramonto sostituita da un orizzonte popolato solo da lobbies, leader populisti e masse apatiche - si deve ispirare al tentativo di dare una risposta alle necessità di un governo democratico e non elitario dei tempi nuovi, ad una gestione che parta dalla base anziché promanare da un vertice, ad una impostazione che aumenti le opportunità per ciascuno e non consolidi le chances per pochi.
Oggi le diversità sono tutte nel presente, che piaccia o meno.
E tocca a noi, se vogliamo mantenere unite la nostra società, cercare di ricondurle a qualche senso comune, a qualche idea solidale, ad un progetto di coesione che eviti l’esplosione egoistica o l’implosione personalistica.
L’etnhos, altra faccia della medaglia
Come insegnava Machiavelli, i vecchi ordini col tempo diventano disordine.
Occorre quindi una specifica politica istituzionale adeguata ai tempi, una capacità complessiva di costruire un progetto in grado di ridare un tessuto connettivo alle nostre comunità affannate e sfilacciate.
L’altra faccia della medaglia rispetto all’emersione della nuova società, infatti, è stata il richiamo alle “comunità originarie”, alle radici, alle identità come ancoraggio salvifico, e in molti casi illusorio, in grado di salvarci dalla trasformazione in atto.
Dietro ai nuovi riti di chi riesuma improbabili reminescenze celtiche così come alla base di fenomeni politici che hanno toccato dapprima l’Italia del Nord, poi l’Austria, ed ora anche quella Svizzera che non poteva rimanere immune da un vento che è già soffiato altrove, c’è proprio il tentativo di riscoprire - persa la comoda placenta dello Stato mamma che a tutto pensava e l’organizzazione sociale ad essa sottesa - le radici e la propria identità - anche territoriale - come l’ombrello in grado di ripararci dalla pioggia del cambiamento.
Le radici - l’ethnos - sono fatte di molte cose. Sono fatte di topos, il luogo nel quale si nasce, le appartenenze, i paesaggi, i profumi della tua terra. Sono fatte di epos, ovvero le leggende, i racconti, la storia comune e molte volte condivisa nella sofferenza di tanti. Sono fatte di ethos, cioè di morale e di insieme di regole condivise, nate dall’esperienza e dagli errori del passato.
E infine, sono fatte di logos, di lingua, di parole.
Sono una cosa complessa.
Tanto complicata da averne paura, a volte, e quindi da indulgere alla tentazione di rimuoverle facendo finta che non esistano.
C’è chi fa finta che il cambio tra la società industriale e quella della comunicazione non sia avvenuto, e continua a comportarsi esattamente come prima.
E c’è chi fa finta che il tema dell’identità territoriale non esista, salvo poi accorgersi che laddove esso non è guidato e governato dalla Politica può anche assumere la veste del sonno della ragione, come gli eventi dei vicini Balcani ci hanno drammaticamente insegnato, rimandando il tema dell’identità ai fondamentali del sangue e del suolo.
Dentro questo difficile crinale fra globale e locale si gioca oggi il senso di un’articolazione federale di uno Stato.
Nella costruzione, cioè, di un nuovo sistema di valori condivisi in grado di assicurare ai cittadini del terzo millennio un “potere soffice”, che accompagni e non imponga, che non lasci soli ma al tempo stesso non invada, che dia un senso di prospettiva e di sicurezza non in chiave paternalistica, ma risvegliando potenzialità sopite e restituendo possibilità negate.
La via italiana al federalismo
Questo, a mio avviso, è il senso della risposta alla domanda di “quale federalismo”.
Se non riportiamo la riflessione sui binari fondamentali, il rischio concreto è che esso da prospettiva comune diventi bandiera da agitare minacciosamente contro altri, da elemento per la costruzione di una società delle opportunità diventi strumento per l’edificazione di una società dell’esclusione, da luogo per l’esaltazione delle diversità in chiave solidaristica si trasformi in momento di autoimplosione autarchica.
Il nostro Paese, l’Italia, è sempre stato fertile fucina di definizioni immaginifiche che cercavano di coniugare la specificità del nostro carattere nazionale con le dinamiche complessive che si agitavano a livello mondiale (allora il termine globale non era trendy!).
Così, per lunghi anni all’indomani della nascita della nostra Repubblica si discusse della “via italiana al socialismo”.
Tramontati quegli anni, non per questo il meccanismo s’è bloccato, al punto che oggi - mutatis mutandis - ci si potrebbe interrogare (almeno al pari dell’oggetto delle discussioni di allora) di come si possa realizzare la “via italiana al federalismo”.
Perché in Italia, dietro alla parola magica di federalismo, ci sono tante e articolate interpretazioni, almeno quante ne esistevano quarant’anni fa della parola “socialismo”.
C’è chi per federalismo intende gli Stati Uniti d’Italia, una sorta di ritorno a ritroso nel tempo che di fatto annulli il percorso storico fatto dall’unificazione del Paese in poi per ricostruire il tessuto connettivo italiano su principi rigidamente cattaneiani che vedano uno Stato federale e ventidue Stati federati, le attuali regioni e province autonome.
C’è chi per federalismo intende lo Stato delle autonomie individuato all’articolo 5 della nostra Costituzione, nel quale le comunità locali preesistono allo Stato stesso che si uniforma alle loro esigenze precostituendo un impianto istituzionale basato su una dinamica trilaterale tra lo Stato centrale e le articolazioni territoriali (distinte poi in Regioni ed enti locali).
E c’è anche chi, nel consueto clichè mai estintosi in quella che oltre ad essere la terra di Carlo Cattaneo e di Alcide De Gasperi è anche quella che ha dato i natali al principe di Salina, dietro alla parola federalismo null’altro vede che l’eterno ritorno del sempre uguale, di un potere centrale magari più flessuoso e dialetticamente disponibile, ma nei fatti pronto a recuperare i margini di competenze persi fidando sulla capacità di carico del sistema - che è praticamente al limite del collasso - e nella necessità comunque di garantire l’erogazione delle prestazioni essenziali.
Credo, personalmente, che nel nostro Paese il dibattito dovrebbe interrogarsi su quale sia la direttrice di marcia autentica, il profilo culturale profondo, l’humus politico su cui di dovrebbe innestare la “via italiana al federalismo”.
Quale capacità di tenuta del sistema?
Se non si compie tale operazione, difficilmente sarà possibile costruire un sistema istituzionale in grado di governare le tre questioni centrali di questi anni che stiamo vivendo, ovvero:
- come sostenere l’onda crescente dell’individualizzazione, evitando l’atomizzazione dei singoli
- come sviluppare la coesione sociale, senza ricadere in politiche assistenzialistiche
- come costruire un’architettura di poteri ben distribuita tra centro e periferia, senza costruire un ginepraio di poteri in perenne conflitto tra loro sulle attribuzioni di competenze.
Se guardiamo all’esperienza quotidiana - fatta del dibattito attorno agli Statuti regionali, al percorso di applicazione della riforma del Titolo V della Costituzione e alla “riforma della riforma”, meglio conosciuta come “devolution” - diventa sempre più difficile individuare un percorso coerente che fa dell’attuale stagione quella dell’elevazione delle ragioni dei territori e delle periferie che finalmente si affrancano dal solitario Leviatano statale, assicurando in tal modo maggiori condizioni di diritti e di eguaglianza ai propri cittadini.
Sul versante degli Statuti regionali, infatti, c’è più voglia di replicabilità e trasferibilità del modello romano in venti capoluoghi regionali che coraggio di innovare partendo realmente dalle proprie specificità storiche, culturali e territoriali.
Sul versante dell’applicazione della riforma del titolo V, all’ignavia di chi non la ha mai condivisa e oggi non si applica più di tanto per renderla concreto va sommandosi il limite strutturale di una riforma fatta senza i necessari approfondimenti, le fondamentali prove di carico, le soppesature rispetto all’intelaiatura istituzionale esistente.
Oppure pensiamo davvero che l’Umbria, o la Basilicata, o il Molise, o la Calabria, - giusto per citarne alcune - possano fare autonomamente una politica industriale, una politica agricola, una politica turistica sganciate da un contesto più complessivo e, soprattutto, sostenerle con la propria base imponibile?
La “devolution” non fa che sublimare questo percorso su temi delicatissimi nei quali si regge l’architrave stesso dell’intero edificio nazionale, ed espungendo dall’impianto riformatore ogni riferimento al federalismo fiscale e al ruolo dello Stato come garante essenziale della perequazione, pone consistenti interrogativi sulla reale capacità di carico di un sistema regionale che già oggi anche nelle stesse Regioni più avanzate del Nord (penso ad esempio al Piemonte) non è più in grado di reggere le competenze in materia sanitaria senza mettere mano a dolorosissime razionalizzazioni che il più delle volte significano sperequazioni all’interno dei territori regionali, con le aree più periferiche e marginali - nelle quali le zone montane rientrano sovente - ulteriormente penalizzate.
Se vogliamo evitare che il federalismo in salsa italiana si trasformi, degradandosi presto in una maionese impazzita nella quale alla logica della costruzione di un impianto coerente si sostituisce il dinamismo del sindacalismo istituzionale, abbiamo il dovere morale di verificare l’autentica capacità di tenuta del sistema rispetto al modello che abbiamo in mente.
Le riforme istituzionali non possono essere concepite in vitro, per poi essere sperimentate progressivamente sul territorio. Nell’era della globalizzazione e della competizione mondiale, il nostro Paese non può permettersi di essere cavia di sé stesso, con il rischio di lasciarsi indietro qualche pezzo che non ce la fa, non ce la vuole fare o non capisce come sia possibile farcela.
Se non ci siamo arresi ad un modello elitario di democrazia, scarsamente interessato al coinvolgimento di larghi strati di cittadini o al ruolo delle organizzazioni al di fuori dell’ambito economico, e crediamo che il modello che deve guidarci nei tempi nuovi deve essere ispirato al concetto di partecipazione attiva dei cittadini non sminuita o controllata dall’élite politica, abbiamo un compito nuovo e al tempo stesso difficile e ambizioso: costruire un’intelaiatura istituzionale che governi l’individualizzazione delle relazioni, sviluppi la coesione sociale e rispetti il policentrismo territoriale che è insito nel Dna dell’Italia.
Senza operazioni illuministiche di vertice, ma con un allargato - e se permettete appassionato - dibattito nella base.
Scriveva Antonio Rosmini nel 1848: “l’unità nella varietà è la definizione della bellezza. Ora la bellezza è l’Italia”.
Se essere uniti partendo dalla nostra varietà (che noi montanari amiamo definire specificità) significa concorrere a rispondere alla domanda di partenza su cosa sia il federalismo oggi, allora è già una buona base di partenza.
Che attende ora il contributo di tanti uomini di buona volontà, per l’edificazione di una casa comune stabile, solida e con profondamente ancorata nel terreno della propria storia.
Se questo significa essere federalisti noi, nel nostro piccolo, ci siamo.