Rassegna Stampa

   

   

   

   


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Ultimo aggiornamento: 15-09-2009; 21:00:54.
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       Venerdì, 28 agosto 2009

PAOLO GURISATTI: RIFLESSIONI SU AURONZO DI CADORE
“IERI SERA AD AURONZO (WELTANSHAUNG)”



L’economista Paolo Gurisatti, tra gli autori del libro a cura di Enrico Borghi “La sfida dei territori nella green economy” commenta il dibattito del 26 agosto ad Auronzo di Cadore, nella cornice di Cortina Incontra, tra il Presidente dell’Uncem Enrico Borghi, Chicco Testa, autore di “Tornare al nucleare” e il giornalista Antonio Galdo, autore di “Non sprecare”.

“Riassumo in modo “volutamente estremizzato” – dice Gurisatti – i punti di vista e le questioni emerse, allo scopo di stimolare una riflessione tra noi sulle “weltanshaung” del centro-sinistra in Italia.

Lo scenario è chiaramente diviso in due campi distinti.Il primo, occupato da noi, da Borghi e dal giornalista della “decrescita felice”, è focalizzato sull’esigenza di modificare i comportamenti delle persone e le “regole” di funzionamento politico-istituzionale del Paese.

Secondo questo punto di vista l’Italia dovrebbe sostituire il sistema istituzionale del dopoguerra (quello che ci ha portato a “delegare” sempre al centro o a qualche “specialista” la soluzione dei problemi quotidiani) con una sorta di “federazione di comunità locali” (sostenibili, autosufficienti, sicure e responsabili).

Queste comunità dovrebbero dimostrare di saper affrontare alcuni problemi “base” della vita quotidiana (come in montagna e non come nelle metropoli irresponsabilizzanti), con tecnologie e strutture gestionali moderne e innovative (sia pure di “piccole dimensioni”) e un gioco sociale finalizzato all’apprendimento. Una simile “federazione” non dovrebbe ovviamente abbandonare la logica delle economie di scala e delle specializzazioni funzionali (“nazionali” o europee), ma dovrebbe essere amministrata secondo nuove regole di sussidiarietà.L’esigenza di una simile “rivoluzione” è imposta dalla “green economy”. Siamo ad una svolta epocale – costituente, per ragioni oggettive e soggettive:

  • da un lato la fine dell’energia a basso costo ci impone di cambiare “modello industriale”,
  • dall’altra un nuovo “modello istituzionale” lo vogliamo comunque, perché “non ci piace” lo schema nazional-paternalista, sprecone e de-responsabilizzante.

C’è bisogno di una Terza Repubblica, nella quale le risorse restano a disposizione delle comunità locali (grazie a un patto che le “obbliga” a misurare il rendimento delle proprie istituzioni, secondo uno schema “distrettuale” e non più di “grande struttura gerarchica”).

In questo campo Borghi rilegge la modernizzazione del Paese in chiave evolutiva:

  • con l’unità d’Italia abbiamo imparato a leggere e scrivere, grazie al modello del “comune amministrativo” (scuola elementare, stazione dei treni, caserma dei Carabinieri e monumento a Garibaldi);
  • con il Fascismo e la Prima Repubblica delle utility e dell’industria pubblica abbiamo imparato a delegare “responsabilità” di modernizzazione ai tecnocrati delle grandi infrastrutture, ai sindaci delle città metropolitane e ai “gerarchi romani” (la “Casta”), godendoci “irresponsabilmente” la “società dei consumi;
  • poi è arrivato il conto da pagare, perché il sistema delle deleghe al centro si è dimostrato costoso (abbiamo delegato qualcuno a “fare” collettivamente spese che non avevamo la possibilità o il coraggio di fare individualmente – welfare e servizi avanzati a spese delle generazioni future); dal 1993 abbiamo cominciato ad affrontare il tema del debito, che i “tecnocrati” ci hanno lasciato, ma abbiamo preferito “rinviare” ogni decisione con la “falsa riforma” della Seconda Repubblica (privatizzazioni, liberalizzazioni e fischi a Bettino e alla “Casta” ci sono sembrate sufficienti, più benefici differenziati per gruppi sociali e classi età);
  • quindici anni dopo sappiamo di non aver risolto i problemi e cominciamo a pensare a una Terza Repubblica; abbiamo “bisogno” di trovare un “assetto” più sostenibile, mettendo a punto un “modello” istituzionale in linea con i vincoli della “green economy”, con il risanamento del debito pubblico e con un sistema “di servizi” all’altezza delle nostre ambizioni globali.

E’ una “priorità politica, sociale ed “educativa”. Dobbiamo “sperimentare” a livello decentrato una sussidiarietà nuova, definire caratteristiche e ruolo delle “comunità locali sostenibili e sicure” (CSS). Non ci serve “un federalismo delle regioni”. Abbiamo bisogno di un federalismo più spinto, di un “modello neo-rinascimentale” più esteso, che sappia generare “gruppi di cittadini maturi, moderni e responsabili”.

Dobbiamo trovare i criteri di misura per l’ammissibilità alla Terza Repubblica e gli strumenti di formazione dei dirigenti “locali” e poi, via via, altri strumenti per una “sussidiarietà” nazionale ed europea efficiente e convincente.

Ma non ci sono scorciatoie. Su le maniche!Galdo estremizza le ambizioni rivoluzionarie del primo campo, auspicando il pentimento “individuale” e il cambiamento delle abitudini “personali” (come Savonarola), sulla base della buona volontà. Ma non risulta convincente.

La sala dimostra diffidenza e poca empatia con lo schema impegnativo proposto da questo campo e con l’ipotesi di doversi confrontare con il problema della selezione di una “classe politica” vera. Preferisce il ruolo di “spettatore”.

Il secondo campo, occupato saldamente da Chicco Testa, con l’appoggio della maggioranza della sala, si concentra su uno schema più “riformista” più “disincantato”.
Ma quale Terza Repubblica?
Ma non diciamo cazzate velleitarie e inadatte alla nostra realtà nazionale...

Gli italiani non sono capaci e non “hanno voglia” di impegnarsi. E’ sufficiente trovare “qualcuno” che, per le conoscenze tecnologiche e imprenditoriali che ha, sia in grado di “risolvere” i problemi energetici e ambientali di tutti, senza chiedere mutamenti negli stili di vita e di consumo, senza modificare il sistema istituzionale e senza “spostare” i cittadini/elettori dalla comoda posizione di “spettatore irresponsabile” (nella quale si trovano da troppo tempo per potersi muovere...). La green economy non è un problema.

Petrolio ce n’è per tutti e a basso costo. Passata la buriana tutto ricomincerà come prima... E’ vero che l’Italia ha problemi specifici, ma questi si risolvono con IRI, ENI, ENEL e tecnologia e non c’è bisogno di cambiare modello.

Tra l’altro gli italiani hanno ormai “dis-imparato” a comunicare tra loro, a ragionare, a investire in conoscenza... non possiamo chiedere loro di “diventare improvvisamente maturi, di assumersi responsabilità, di nominare dirigenti locali veri...”. Impossibile, velleitario...

Chicco Testa offre una soluzione “riformista” che toglie le castagne dal fuoco a tutti.
Inutile contare sulla buona volontà dei singoli, sull’impegno a consumare meno energia o ad introdurre investimenti virtuosi sulla produzione distribuita di energia da fonti rinnovabili. Inutile pensare a istituzioni diffuse nelle quali milioni di persone dovrebbero cambiare “registro”.
Meglio trovare, come ha fatto Mattei negli anni ’50, un gruppo di bravi ragazzi (di qualche via Panisperna) che sia in grado di progettare impianti nucleari o grandi impianti solari o anche sistemi di pannelli da collocare a domicilio, che risolvano i problemi di tutti gli altri, senza cambiare nulla, in una logica di specializzazione funzionale. Lo schema della “razza padrona” (dei Mattei, dei Cefis, dei Bernabei..) farà forse un po’ schifo, ma è molto più “realistico” e attraente di quello “rivoluzionario” delle comunità locali, dei consorzi tra comuni, ecc...

Applausi in sala e grande consenso dal pubblico dei “cittadini/spettatori”.

  
 

© Copyright 2009 Enrico Borghi