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La verità ha una forza rispetto alle leggende metropolitane: che prima o poi viene a galla.
E' quanto sta avvenendo sul tema derivati, in cui si conferma che le Comunità montane italiane sono immuni da questo rischio, che hanno impiegato le loro risorse a favore dei cittadini e del territorio e non per aumentare gli utili delle banche e che con ogni evidenza sprechi e leggerezze stanno altrove".
E' questo il commento del presidente dell'Uncem, Enrico Borghi, alla luce delle novità emerse ieri in commissione finanze del Senato in merito al "rischio derivati" negli enti locali.
Secondo quanto riferito dal sottosegretario all'economia Giuseppe Vegas, nel 2008 l'esposizione di regioni e enti locali in prodotti finanziari derivati ammonta a 35,5 miliardi di euro, dati derivanti da un monitoraggio su 600 fra regioni, province, comuni e Comunità montane.
A fine 2008 «il loro nozionale complessivo (valore dell'attività finanziaria a cui si riferisce il contratto in cui consiste uno strumento derivato, ndr) è pari quasi a 35,5 miliardi per oltre mille contratti».
La scomposizione per numerosità di enti coinvolti, ha sottolineato Vegas, vede una larga prevalenza dei comuni, sia capoluogo (7,6%), sia non capoluogo (81,6%), seguiti da province (7,1%) e regioni (3%), con una componente residuale di Comunità montane (0,7%).
Per quanto riguarda gli importi nozionali dei contratti complessivamente sottoscritti, le regioni si caratterizzano come i soggetti più attivi con circa 16,9 miliardi di euro complessivamente stipulati (47,6% del totale), seguiti dai comuni capoluogo con quasi 11 miliardi di euro (31,1%), a dimostrazione, afferma il sottosegretario, che quasi l'80% delle grandezze rilevate si riferisce a un ristretto numero di enti (18 regioni ed una cinquantina di capoluoghi).
Seguono poi province e comuni non capoluogo, rispettivamente con 3,4 e 4,1 miliardi (complessivamente pari a circa il 21,2% del totale) ed infine un piccolo importo residuale relativo a comunità montane ed unioni di comuni (0,1%).
Il 59,5% del nozionale complessivo oggetto di operazioni derivate è stato stipulato con controparti estere, mentre il rimanente 40,5% si riferisce ad operazioni con banche italiane o filiazioni di operatori bancari esteri (soggette comunque a normativa di vigilanza nazionale).
Al riguardo, l'analisi rileva che le controparti estere censite sono meno di venti e che le prime dieci rappresentano comunque oltre il 90% degli importi nozionali di riferimento segnalati.
Il "rischio derivati" per le Comunità montane è quindi decisamente irrisorio (in valori assoluti si sta parlando di 355.000 euro su 35 miliardi e 500 milioni complessivi) e conferma nei fatti il dato che le Comunità montane italiane sono state immuni da questo fenomeno.