Rassegna Stampa

   

   

   

   


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Ultimo aggiornamento: 28-01-2009; 12:01:23.
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       Sabato, 2 ottobre 2004
La Montagna in Europa e il ruolo delle Comunità Montane

Barcellona, 16 luglio 2003


Il tema del futuro dell’Europa costituisce oggi questione centrale, nodale, essenziale per l’intera platea europea, che si interroga sulle modalità che governeranno il Vecchio Continente nel terzo millennio.

Emerge ormai con chiarezza sempre più forte quella che poteva apparire come una verità scontata, cioè che l’Europa non la si potrà costruire con il ricorso a schemi semplici e meccanici, né con disegni illuministici che tutto pianificano a tavolino, e neppure soltanto con accordi tra gli Stati.

La nuova Europa sarà il frutto di un procedimento complesso, in cui l’integrazione verso l’unificazione della società civile, degli interessi, delle funzioni, della soggettività politica e delle relazioni con l’esterno si dovranno comporre gradualmente, in termini di alta e vasta mediazione seguendo un disegno politico e non tecnocratico.

Se questo ha un senso, la nuova Europa dovrà puntare molte delle proprie fiches sugli elementi che storicamente, antropologicamente, culturalmente e fisicamente ne costituiscono un collante, un tessuto connettivo, un elemento di congiunzione.
E cosa se non le montagne costituiscono tutto ciò?
E’ possibile pensare ad un’Europa del terzo millennio senza una politica per zone che collegano anche fisicamente le aree più sviluppate del continente? Forse in pochi ci hanno pensato, ma i raccordi fra le aree forti della nuova Unione Europea sono assicurati proprio dalle “terre alte”.
La Valle Padana si collega alla Valle del Reno grazie alla catena alpina, la Catalogna in esplosione economica si connette al Midi francese attraverso i Pirenei, l’Italia stessa trova nell’asse alpino-appenninico lo scheletro sul quale reggersi, secondo la fortunata immagine di un giurista italiano del secolo scorso,Giustino Fortunato, che parlava dell’osso (le montagne) e della polpa (le pianure).
Per non parlare dell’integrazione con l’Est, dove i Balcani diventano il collante verso la realtà slava, e i monti Tatra il collegamento fra Polonia e Ungheria, nuove regioni dell’Europa del 2004.
Senza scordare che lungo queste cordigliere si trovano punti di eccellenza in termini sociali ed economici della realtà europea (per restare sulle Alpi, nel sentiero ideale che corre da Grenoble a Bratislava ci si imbatte in realtà come Vorarlberg, Tirolo, Carinzia, Salisburghese, oltre alle regioni italiane del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, del Friuli).

Ha senso un’Europa di “aree forti” connesse fra loro dall’ “osso”, per riprendere l’immagine di Fortunato?
Indubbiamente no.
Ma se ciò è vero, occorre una politica europea per la montagna.
Non perché occorre inserire la voce “montagna” nell’elenco delle prebende e delle assistenze che a vario titolo e in varia misura partono da Bruxelles.
Ma perché la montagna è il paradigma stesso dell’integrazione europea.
Le montagne d’Europa hanno da tempo metabolizzato in sé una concezione politica pluralistica, intimamente tollerante, disponibile alla discussione e alla programmazione concertata.
E’ in qualche misura nel loro Dna.

Eppure, anch’esse non sono immuni dalla sfida che la globalizzazione gli pone di fronte, e dall’accentuazione del fenomeno ad esso inverso, costituito dalla crescita del sentimento di localizzazione, che se non governato sfocia in localismo, particolarismo, frammentarismo.
Che è l’esatto opposto dell’integrazione, che non a caso alimenta politiche anti-europee.
E che non a caso inizia a prendere piede anche nelle terre montane, in assenza di una politica europea per la montagna.

Il riscatto montano

Siamo convinti che la nuova società nella quale entriamo possa essere quella del riscatto montanaro, che si scrolla dalle spalle le tossine di un modello di società urbana impostagli dall’industrializzazione che non era figlio della propria storia e della propria cultura.

Sappiamo che l’avvento della società dell’informazione è un evento rivoluzionario in quanto non rappresenta un’evoluzione del vecchio paradigma sociale sotteso alla “società della macchina” (che ha portato a quella massificazione dei popoli, all’alienazione degli individui e all’omogeneizzazione dei prodotti così ben descritti dal vostro Ortega y Gasset), bensì si propone come un nuovo paradigma per molti versi incompatibile con il precedente, e per ciò stesso portatore di un nuovo modello di organizzazione sociale.

Di qui la grande chance per la montagna e per i suoi abitanti: governare questo nuovo modello organizzativo, senza considerarlo apoditticamente “migliore”, ma per dare una chiave di lettura, di comprensione e di strutturazione socio-politica più consona ai nuovi equilibri che si vanno formando, e dai quali la montagna non solo non vuole essere esclusa, ma al contrario vuole essere partecipe per ottenere il proprio riscatto.

In questa prospettiva, la prospettiva del glocal (il globale unito al locale), lo spazio per la montagna e per i montanari è decisamente inedito e sicuramente maggiore e con un orizzonte indubbiamente più ampio e spalancato rispetto all’asfittico modello fordista tutto imperniato sul sistema di produzione urbano che stava agli antipodi della concezione montana del mondo.

Si pone pertanto oggi la necessità di costruire un nuovo paradigma sociale ed economico, in grado di infrangere lo stereotipo, oggi prevalente, della montagna periferia, per affermare nuovo modello di organizzazione della montagna e delle sue comunità.

Per questo, tuttavia è necessario infrangere quel campo retorico che pretende di trasfigurare i territori montani in una sorta di " cugini" poveri del capitalismo urbano e pedemontano, come area debole delle riforme istituzionali, quasi a voler archiviare l'identità dei montanari al rango di un racconto nostalgico.
Racconto che non si fa mai pagina scritta, ma rimane sussurro o flebile giudizio, di cui non si dice con chiarezza nei corridoi e nei palazzi del potere. Da troppo tempo persiste nell'immaginario collettivo l'idea di una montagna come soggetto che sta a metà strada tra il bucolico e il paradisiaco, luogo buono per il week end.
Di qui la necessità di superare questi moduli di falsa rappresentazione attraverso il mondo dei pascoli della pubblicità, svelando una concezione dalla quale discendono, in maniera quasi inevitabile, politiche parziali e settoriali, nel sottinteso di portare in quota, a seconda delle occasioni, sempre episodiche, il modello urbano di società.

Guardando all'identità culturale, si coglie talvolta la tendenza nei decisori pubblici ad una sottovalutazione del disagio, presente in alcune comunità di montagna, sottoposte a spinte di sradicamento o di spaesamento, che invece debbono essere del tutto superate riaffermandone e riconoscendone le radici identitarie.
Occorre evitare che le comunità di valle possono in qualche modo smarrire il senso del loro valore economico, in quanto caratterizzato dai ritmi più lenti rispetto all'economia globalizzata. Ciò accentua la difficoltà a valorizzare la formazione di nuovi gruppi dirigenti e di figure di leadership della comunità locale.

Interrogarsi su questi rischi, presenti nelle società locali più deboli, che talvolta soffrono la progressiva caduta del senso di sé, consente di prendere misure mirate alla ricostruzione di una fondata motivazione a ricercare, invece, la loro attitudine a comunicare, scambiare e integrarsi positivamente con il tessuto circostante, provinciale, regionale, nazionale ed europeo.

L’esigenza di istituzioni montane

Di qui l’esigenza di conferire autorevolezza ed efficacia alle forme di governo montano: non esiste infatti nessuna autentica politica senza istituzioni ad essa preposte, che si incaricano di interpretare, incarnare e concretizzare le filosofie, le elaborazioni culturali e le mozioni di principio che stanno alla base dell’elaborazione politica.

Non può esserci pertanto politica europea per la montagna senza che, in omaggio al principio di sussidarietà, venga data la possibilità alle popolazioni locali di organizzarsi in autonomia e libertà attraverso forme peculiari e specifiche della propria storia e del proprio ordinamento attorno al tema della specificità montana.

In Italia questa possibilità si è concretizzata nei primi anni ’70 del Novecento con la nascita delle Comunità Montane, enti locali che condensano e raggruppano le piccole municipalità delle valli attorno a un’omogeneità sociale, culturale e geografica e che da oltre un trentennio hanno affiancato i piccoli Comuni montani assicurando strumenti e garanzie di autonomia per la realizzazione delle politiche di intervento.
E' indispensabile anche sull’intero piano europeo una soggettività istituzionale rappresentativa della montagna, saldamente ancorata alle comunità di base, in particolare ai Comuni, e che tenga conto che essi nell’era della globalizzazione devono dotarsi di capacità adeguate e differenziate per l’erogazione dei servizi essenziali.

E’ un’esperienza, questa delle Comunità Montane , che rilanciamo che possibile modello di governance del territorio montano, mettendola a disposizione dell’intero tessuto europeo come possibile strada per la realizzazione di un impianto istituzionale della montagna dell’Unione Europea non imperniato sui centralismi statali o regionali, ma in grado di esaltare l’autonomia, la libertà e il protagonismo delle singole comunità originarie in un quadro di efficienza e di raccordo e non di chiusura e di autarchia.

Sapendo che tutto ciò deve avvenire nel rispetto di un principio fondamentale: gli interventi legislativi e regolativi della Unione Europea, degli Stati centrali e delle Regioni, nell'esercizio delle rispettive potestà, in cooperazione con le Autonomie locali, devono in ogni caso riconoscere e garantire l'autonomia delle Comunità vallive, dei Comuni montani e delle Comunità montane.

Delle autonomie locali montane va infatti valorizzato il compito di assicurare, nel loro solidale insieme, la programmazione e la gestione dei rispettivi sistemi territoriali, consolidandone le peculiari vocazioni civili e produttive. In questo siamo ora impegnati come UNCEM in Italia, cercando di mantenere piena e accresciuta l’identità della Comunità montana così come la volle il legislatore con la legge che le istituì.
Per questo continueremo a svolgere la nostra convinta azione.

Per questo facciamo appello alla Convenzione Europea, al Parlamento Europeo e alla Conferenza Intergovernativa chiamata a varare la nuova Costituzione Europea affinchè valutino meglio il potenziale ruolo integratore della montagna come elemento di sintesi per l’intera Unione. In questo senso importante è stato il segnale lanciato dal Presidente Romano Prodi, e dal Commissario alle Politiche Regionali Michel Barnier nella “Prima confereza europea della montagna” tenutasi ad ottobre dello scorso anno a Bruxelles su iniziativa della Commissione e che ha configurato la montagna nel quadro della futura politica regionale dell’Europa a 25.

Così come altrettanto fondamentale è la conclusione del Forum di Lipsia, organizzato dal Comitato delle Regioni, che ci ha consegnato un documento che ci auguriamo diventi la base per il riordino dei fondi strutturali nel quale le zone montane sono citate nel quadro delle regioni con handicap strutturali permanenti.

In fondo basta poco: una grande idea-guida, una scelta magari poco convenzionale, una volontà di superare d’un colpo tecnocrazie e burocrazie. Insomma, basterebbe una politica.
Che parta dalla constatazione che se l’Europa si farà, questa avverrà attorno ad una statualità nuova, diversa da quella che è stata propria dello stato nazionale, e che trovi nei nuovi elementi di forza i propri tasselli fondamentali.
La montagna è certamente uno di questi. Nessun modello sarà esauriente, tanto più nei decenni che ci attendono in cui la società civile sarà fortemente influenzata dall’intreccio degli interessi e dal gioco dei soggetti politici e culturali.
E allora la necessità di una politica alta, che costruisca il nuovo modello di Europa partendo dagli elementi aggreganti, si farà ancora più forte. Per questo la montagna è la sfida dell’Europa.
E per questo abbiamo un’idea alta dell’Europa, nella quale il dibattito politico non sia solo imperniato sulla qualità della carne e del latte e per la quale la montagna si offre andando al di là del logoro stereotipo dello scarpone e dell’alpigiano al pascolo, senza cadere nella tentazione riduzionista secondo la quale la montagna è solo una questione ambientale o agricola, come pure più d’uno sostiene in giro per il Vecchio Continente.

Tutto ciò perché siamo convinti che la montagna potrà svolgere un ruolo strategico per il futuro e riscattarsi dal recente passato costruendosi un proprio avvenire affermando il proprio modello specifico di crescita, nella consapevolezza che così facendo svolgerà un servizio per l’intera collettività.
Per farlo deve uscire dalla rassegnazione, deve prendere coscienza di sé, recuperare l’orgoglio delle sue antiche origini, riaffermare con forza le sue ragioni.
Dobbiamo uscire dalla sudditanza di un mondo che ha dovuto cedere alle classi egemoni, ma che non si è mai rassegnato ad essere un mondo dei vinti. E che può tornare ad essere un mondo dei vincenti, capace di indicare –con la saggezza dei principi scritti nel suo codice genetico- la strada di un nuovo sviluppo.
I montanari europei sapranno vincere la sfida della modernità se sapranno essere sé stessi fino in fondo, valorizzando le proprie peculiarità e imboccando strategie di sviluppo specifiche e coerenti con le proprie tradizioni e le proprie risorse.
Parlare con il linguaggio della modernità, riflettendo secondo i canoni della tradizione: è questa, in fondo, la condizione che ci consentirà di vincere la sfida.

  
 

© Copyright 2009 Enrico Borghi