Rassegna Stampa

   

   

   

   


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Ultimo aggiornamento: 28-01-2009; 12:00:52.
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       Lunedì, 3 ottobre 2005


Cara Mercedes,

ho letto le tue dichiarazioni alla stampa secondo le quali tu, qualora decidessi di convertirti alla religione, sceglieresti i valdesi e non i cattolici.
Debbo dirti che sulle prime mi sono tornate in mente le “scenette” di Bruxelles, quando votando (in modo difforme) nel Comitato delle Regioni sui temi della bioetica tu mi accusavi sorridendo di essere “papista” e io ti ribattevo altrettanto scherzosamente dandoti della “radicalmassone”.
Ovviamente erano esagerazioni entrambe le raffigurazioni, che però tradivano la necessità di lavorare su queste nuove frontiere dell’etica lasciando da parte le vecchie etichette del passato per cercare posizioni comuni sulla prospettiva futura.
Non ho mai condiviso l’impostazione di chi si approccia ai nuovi temi dell’etica e al ruolo e significato delle religioni nella complessa società contemporanea rievocando categorie ottocentesche, e ripristinando un datato e superato steccato tra laici (che per definizione devono essere anticlericali) e cattolici (che per altrettanta definizione devono essere baciapile).
Temo però che le tue parole nel giustificare l’eventuale “scelta valdese” tradiscano questo sottofondo culturale. Perché questa ipotetica conversione verrebbe fatta sostanzialmente “premiando” una confessione che - secondo la definizione da te data ai giornali - “è autoctona del nostro territorio e tiene separate fede e Stato”.
Presupponendo (o maliziosamente sottintendendo) quindi che la confessione cattolica sia sostanzialmente l’opposto.

Permettimi di dissentire da questa impostazione.
Lasciamo pure perdere il concetto di “religione cristiana autoctona”, che oltre ad essere una contraddizione nei termini rievoca propaggini di tipo “padano” che credo non facciano parte del nostro comune background culturale, oltre che della prospettiva politica.

Ma è sulla separazione tra fede e Stato che non ci siamo. Sostenere che il cattolicesimo politico italiano (nelle sue varie e articolate forme) sia il luogo della confusione tra il trono e l’altare è commettere anzitutto un errore storico, oltre che uno strabismo politico.

Errore storico, perché tutta la storia del cattolicesimo italiano del Novecento è stata una lunga –e a volte anche sofferta- evoluzione verso la chiara distinzione tra potere temporale e potere spirituale: all’inizio furono tentativi difficili e abortiti (come dimostrano l’esperienza della Democrazia Cristiana di Murri o il Ppi di don Sturzo, sacrificato sull’altare del Patti Lateranensi), ma anche su quella base si impostò un’azione culturale e politica che portò - dopo la nascita della Dc - alla distinzione tra l’impostazione del magistero e l’autonomia del laico come elemento stesso di ricchezza e di freschezza del messaggio cristiano.
Vanno in questo senso le più belle pagine del Concilio Vaticano II e di diverse encicliche, e alla luce di esse i cristiani in politica seppero fermamente opporsi alle cosiddette “ingerenze” della gerarchia (De Gasperi bloccò l’ “operazione Sturzo” alle municipali romane nei primi anni ’50, ben prima del Concilio!) quando esse rischiavano di snaturare il significato di una presenza autonoma e feconda del cattolicesimo politico.
E’ su quell’impianto culturale (confermato dalle pagine di Moro e dalle parole di pontefici come Paolo VI e Giovanni Paolo II) che si sono formati gli attuali quadri dirigenti che si ispirano al cattolicesimo e che militano in diverse forze politiche, sia dell’Unione che della Casa delle Libertà.

Che non sono - né si sentono - la reincarnazione degli zuavi pontifici!
Ma che al contrario sono legati da un concetto di fondo - quello della sussidiarietà - che oggi ha positivamente “contagiato” chi viene da mondi ed esperienze diverse, e che rappresenta la sfida su cui costruire l’Italia del Duemila, con il suo passaggio dal welfare al workfare.
Strabismo politico, perché non si può non cogliere quanto oggi avviene nel mondo cattolico, dai messaggi che lancia papa Ratzinger sulla tolleranza che non può trasformarsi in ipocrisia fino alle migliaia di ragazzi che partecipano alle giornate mondiali della gioventù e che lanciano un grido d’allarme per una società più giusta, più ancorata su valori profondi e non unicamente imperniata su un materialismo alla fine arido ed egoista, che nella sostanza premia solo chi ha e crea la categoria degli esclusi.

Si può discutere su questi temi lasciando perdere gli steccati e le categorie del Novecento (che non significa negare la Storia, ma solo cercare di farla evolvere)?
Perché se passa il concetto che tutti i cattolici sono integralisti, privi di senso dello Stato e in mera attesa degli ordini da Oltretevere e tutti i laici sono laicisti, mangiapreti e unici depositari della salvezza delle istituzioni repubblicane sono convinto che questo paese faccia passi indietro consistenti, e questa nostra società non si approcci in modo corretto al mondo multiculturale e multietnico che attende noi e i nostri figli.
Perciò la prossima volta non farò più battute fondate su categorie ottocentesche. Mi attendo che lo faccia anche tu.

Con immutata stima ed amicizia


3 ottobre 2005


Enrico Borghi
    

Vogogna, Lunedì 3 ottobre 2005
  
 

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