Dopo gli articoli sul Giornale ed il Corriere della Sera, nei giorni scorsi abbiamo letto l’intervista del Min G Santagata su Repubblica e poi quella del Pres di ANCI, nonché Sindaco di Firenze, L Domenici che parlavano delle Comunità Montane, all’interno del tema più generale del contenimento dei costi della politica. Il primo parlava di necessità di riformare il secondo invece proponeva il superamento.
Cari amici lettori, torno sul tema delle Comunità Montane perché ritengo che la questione a cui afferiscono, cioè la Montagna, sia il paradigma delle contraddizioni e del disorientamento che vive il nostro Paese. Un conto è difatti salire sui pulpiti e predicare, ma più importante è fare.
Provo a spiegarmi.
La montagna è tutelata con una norma costituzionale che ne intende garantire la specificità ma siccome nella Carta non si fa riferimento alle Comunità Montane, che pure esistono in forza di legge e dunque sono attive contrariamente alle città metropolitane, c’è qualcuno che pensa di sopprimerle in nome del contenimento della spesa pubblica per poi, naturalmente, provvedere ad istituire un surrogato attraverso le Unioni dei Comuni.
Si dichiara a tutti i livelli che si vogliono ridurre i costi della politica ma poi si continuano a produrre ATO, GAL ed ENTI PARCO, mentre invece sarebbe più logico ed economico affidare ad Enti Locali, già esistenti sui territori, i loro ruoli e compiti.
Si vuole far credere che si sta combattendo una lotta contro gli sprechi individuandoli nel campo degli Enti Locali e delle loro società di servizio pubblico mentre invece sappiamo che il grosso sta a livello centrale o Regionale, eppure l’ANCI, una delle Associazioni rappresentanti gli Enti Locali, accede a questo ragionamento e diventa più realista del re, mettendosi a dichiarare superate le Comunità Montane, cioè Enti Locali istituiti ex L.1102 del 71 (tra l’altro, l’Ente che incide in minor misura sulla spesa corrente).
Il Governo pensa di scrivere il Codice delle Autonomie Locali basato sul principio condiviso di un adeguato livello di “governance” per ogni tipologia di territorio ed accade l’impensabile, cioè che due delle Associazioni delle Autonomie cercano di escludere l’UNCEM dalle trattative e così, di far uscire le Comunità Montane dal testo di riforma del TU 267 del 2001.
In questo momento in cui tutte le forze politiche sono alla ricerca di nuove forme di partecipazione popolare e di cambiamento della legge elettorale per combattere una tentazione verticistica ed oligarchica, si mette in campo un’azione tesa a restringere il numero dei consiglieri eletti scambiando così i costi essenziali della democrazia in costi superflui della politica.
Potrei andare avanti ancora per un po ma ritengo che sia sufficiente.
Vedete come dice il Prof De Masi (sociologo): “ il disorientamento nasce dalla mancanza di precisi confini”, eppure sulle montagne i confini sono fisici e per questo sono ben chiari.
La Montagna italiana ha necessità di garantire il proprio futuro alle nuove generazioni e per far ciò, senza dover ricadere nell’assistenzialismo pubblico, ha bisogno di veder riconosciuti pari diritti ed opportunità ai cittadini che ancora vi risiedono ed alle imprese che vi operano.
Se questo è l’obiettivo nella logica della coesione sociale, è del tutto evidente che i piccoli Comuni sono inadeguati a raggiungerlo e che in forza di ciò non è strumentale pensare ad un soggetto istituzionale ad hoc per il governo di aree montane aventi una dimensione ottimale.
Un soggetto istituzionale riconosciuto per norma nazionale con compiti e funzioni precise sull’ambiente e sullo sviluppo rurale ma anche condiviso dai Comuni del territorio di riferimento in quanto eletto democraticamente e dunque garante anche nello svolgimento di funzioni associate.
Gli amministratori di Montagna sanno bene che c’è bisogno di una riforma convincente circa il governo dei territori montani, a partire dal rivedere i criteri per la montanità che sono la principale causa delle distorsioni e della mancanza di credibilità nell’opinione pubblica.
I Comuni di montagna davanti a questo nuovo quadro di funzioni amministrative da garantire ai cittadini, che si profila con il Codice delle Autonomie, scopriranno la propria strutturale inadeguatezza ed anche le Unioni dei Comuni, prospettate da qualcuno, possono essere una risposta solo funzionale ma non sono, certamente, una risposta adeguata al bisogno di governo politico di territori deboli e complessi in cui i protagonismi dei singoli Comuni rischiano di essere un freno drammatico ad una necessaria visione di sistema.
Dunque, se avete a cuore la Montagna, sappiate che ci aspettano tempi difficili; di grande paura e di duro lavoro ma non per questo siamo disposti a cancellare esperienze positive e principi irrinunciabili per soccombere ad interviste alla moda oppure per indietreggiare davanti ad un consolidato sistema d’interessi che consuma risorse pubbliche in piena deregulation.
Al Presidente dell’UNCEM Borghi chiedo ora di impegnarsi ancora di più attorno a questi punti fondamentali, di seguit elencati, sapendo di poter contare sul sostegno leale ed il generale apprezzamento di tutti noi amministratori e cittadini delle montagne d’Italia :
- si apra un tavolo di confronto tra UNCEM ed ANCI per tornare a corrette relazioni istituzionali, senza alcun sgambetto, e ricercare una piattaforma condivisa da rappresentare al Governo ed al Parlamento nell’interesse generale dei cittadini/elettori;
- si apra un dialogo con il Governo al fine di definire il nuovo Ente montano da prevedere nel Codice delle Autonomie;
- si operi, d’intesa con gli altri soggetti portatori d’interessi, affinché il Parlamento provveda quanto prima all’approvazione della nuova Legge sulla Montagna.
Voglio concludere questo mio pezzo con la metafora dell’aquila.
L’aquila è un animale che può vivere anche 60 anni ma ciò accade solo se, all’incirca attorno ai trenta anni di vita, dopo essersi accorta che le ali si sono troppo appesantite per continuare a volare come prima ed altresì che il becco e gli artigli si sono incartapecoriti, decide di compiere un operazione dolorosa che si compie in circa 180 gg : sceglie un angolo appartato di una montagna e distrugge il becco contro le rocce, in modo che si riformi, col nuovo becco distrugge gli artigli vecchi in modo che rinascano e poi con i nuovi artigli si toglie le piume pesanti.
Finita questa operazione di sofferenza può tornare a volare maestosa ed a cacciare.
Cari amici lettori perdonatemi se ora mi rivolgo più direttamente ai miei colleghi amministratori di territori montani ma credo che ne comprendiate i motivi e l’opportunità; se vogliamo continuare ad avere cura della Montagna, dobbiamo, oggi, essere pronti a fare qualche sacrificio, anche doloroso, perchè solo così potremo continuare a sperare di dare un futuro migliore alla classe dirigente della montagna che è sempre stata equilibrata e solidale dando esempio, di attenzione oculata, nell’uso delle risorse naturali.
La montagna, quella vera e non quella legale, non ha bisogno di lezioni morali da nessuno e non ama stare sulle prime pagine dei giornali ma è abituata a fare con quel poco che ha; lo abbiamo fatto, lo sappiamo fare, continueremo a farlo.
Pontremoli, 14/05/2007